Rivista Online, a cura di Astrid Hodl

*Indice dei Titoli*

mercoledì 17 agosto 2011

A) In fondo al cuore siamo tutt’ora bambini (*).

B) La voce (*).

C) Facebook. Valorizzazione del socialnetwork in ottica psicologica.

D) Considerazioni sull’eterosessualità (*).

E) Ma cosa lega davvero una mamma al proprio bambino?

F)  Avere-essere.

G) La complessità della Moral Insanity. Uno stereotipo.

H)  Quel che resta della stanchezza.

I)  Donna (*).

L)  Sentire e comprendere (*).

In fondo al cuore siamo tutt’ora bambini.

giovedì 28 luglio 2011

Come un buon taglialegna riesce a leggere la storia della vita di un albero così per paragone è possibile leggere la storia della persona per fasi. Queste fasi, al contrario degli anelli dello sviluppo di un albero, non sono chiaramente distinte, tuttavia sono riconoscibili perchè hanno ognuna una particolare caratteristica e si possono così ricapitolare: infanzia  da 0 a 2 anni, fanciullezza da 3 a 6 anni, prepubertà da 7 a 12 anni, adolescenza da 13 a 19 anni, età adulta da 20 anni in poi. Ogni strato rappresenta una diversa coscienza di sè e del mondo, ed è correlato allo sviluppo fisico, emotivo e psicologico. Cominciamo dall’inizio. L’INFANTE si caratterizza per il suo forte desiderio di essere accudito e nutrito dalla madre. Quel desiderio è una manifestazione del suo amore per lei: l’intimità fisica tra i due è più intensa nel momento dell’allattamento, che appaga le necessità biologiche fondamentali sia dell’infante sia della madre. Si può parlare di due aspetti base in questa fase: l’amore e la felicità. Il soddisfacimento della necessità di contatto e di nutrimento determina nel bambino così come nella bambina una sensazione di beato appagamento. Ogni sentimento d’amore nell’adulto proviene anche dallo strato infantile della sua persona. Il desiderio del contatto fisico è presente nel bacio e nell’atto d’amore ed è alla base dell’emozione amorosa. Se una persona ascolta il proprio cuore significa che ascolta l’infante dentro di sè e ciò spiega perchè i neonati inteneriscono tanto facilmente il cuore della maggior parte delle persone. Nella misura in cui la persona è distante dal bambino che ha in sè, le è parimenti impedito di sentire la pienezza dell’amore. Quando dall’infanzia si passa alla FANCIULLEZZA, la costante esigenza di intimità si traduce in quella di studiare il mondo circostante che si schiude davanti, di esplorare le persone, le cose, lo spazio e il tempo, così da poter formare nella mente un quadro della realtà. In questo processo, il bambino esplora anche il suo proprio essere in realazione al mondo e sviluppa una coscienza di sè. E’ durante la fanciullezza chè l’io si sviluppa definendosi nella struttura tra i sei e i sette anni. Fino a quel momento la realtà non è percepita come stabile o definitiva e l’immagine del bambino scorre liberamente. Dato che il bambino non è consapevole dei problemi reali delle figure che interpreta si può lasciar andare all’attività ludica in perfetta innocenza. Se ha avuto un’infanzia soddisfacente e ha la libertà di giocare tranquillo senza l’interferenza degli adulti proverà un senso di gioia. Al contrario, se è travolta da emozioni e preoccupazioni trasmesse dall’adulto la gioia si trasformerà in preoccupazione. Gli aspetti significativi di questo periodo sono la creatività e la voglia di giocare. Il desiderio dei bambini di sposare il genitore di sesso opposto va inquadrato nel gioco. I genitori che regiscono con il rimprovero possono recare danno ai loro bambini. Si può dire che la fanciullezza finisca nel momento in cui il bambino o la bambina ha un quadro coerente del suo mondo personale e di sè. Successivamente, dai 7 anni ai 12, nella PREPUBERTA’ ,comincia a studiare il mondo più vasto che gli si presenta fuori dalla famiglia. La scuola diventa un centro secondario di attività, il luogo dove si scopre il mondo reale oltre a quello precedente. I giochi dei giovani durante questi anni sono autentici e le conseguenze sono fondamentali perchè permettono loro di cimentarsi anche in funzione della cooperazione all’interno delle attività di gruppo. Man mano che si affinano le qualità, si sviluppano le gerarchie: un ragazzo può essere il più abile nella corsa, un altro il più abile nel giocare al pallone, etc.  Le ragazze attraversano un identico processo di suddivisione gerarchica. Questi giovani non hanno più l’innocenza dei bambini, sono liberi di godere delle sfide e dell’eccitazione propri del periodo preadolescenziale ed anche le amicizie sono più profonde e il coinvolgimento sentimentale più chiaro. Due aspetti rilevanti sono degni di nota: l’esplorazione e il divertimento. L’ADOLESCENZA inizia con il raggiungimento della maturità sessuale a livello biologico. Anche in questa fase ci sono due aspetti: il desiderio di sentirsi liberi e il desiderio di avere una storia d’amore. La passione dell’adolescente può essere intensa, soprattuto c’è una predisposizione al romanticismo, e dal momento che la maturità emotiva non è ancora raggiunta al 100%, c’è anche una tendenza a idealizzare l’oggetto d’amore. Per loro l’eccitamento dell’amore romantico è travolgente: il romanticismo sta all’adolescenza come il desiderio d’intimità all’infanzia, la voglia di giocare alla fanciullezza e l’avventura e la scoperta all’età prepuberale. Se uno degli stadi precedenti alla MATURITA’ non è stato soddisfacente, insorgono fissazioni che condizionano parte della persona e la persona ha delle limitazioni.  Se ha perso il contatto con gli strati precedenti della sua formazione sarà una persona con molta probabilità sterile, rigida e propensa a seguire solitamente medesimi schemi di comportamento. Arrivano alla maturità coloro che hanno attraversato queste fasi in modo soddisfacente e integrato gli aspetti base di queste differenti fasi di sviluppo. Un adulto sano è invece il complesso integrato di diversi stadi. Un’infante nel cuore, un bambino nell’immaginazione, un ragazzo nello spirito di ricerca, un giovane adulto nelle aspirazioni romantiche e in quanto adulto anche consapevole delle sue azioni e pronto a mantenere il senso di responsabilità e la ricerca di realizzarsi di questa fase.

(*Articolo scientifico )

La voce

mercoledì 15 giugno 2011

La voce è un significativo mezzo espressivo della persona.  Con il movimento e gli occhi essa è una delle tre pricipali aree di autoespressione e normalmente le persone si esprimono simultaneamente attraverso questi tre canali di comunicazione. Quando anche solo uno di questi tre si blocca, l’emozione si allenta. Dividendo la parola “persona” nelle parti che la compongono “per“  e  “sona” , si ha un’espressione che significa “attraverso i suoni” ( s’intende sona come derivante da sonare ).  E’ consigliabile non badare all’atteggiamento di chi si vuole conoscere, ma concentrarsi sulla voce  e il suono che la persona comunica, perchè c’è un rapporto con la qualità vibrante e personale che essa ha. Più il suono è bello più la persona ha delle qualità espressive. Una voce positiva indica una buona vita interiore: una voce positiva ha foni con caratteristiche di armonia e una gamma di suoni che può essere  limitata o meno e proprio in questo limite  correlabile alla necessità di voler eventualmente migliorare il proprio stato di autespressione e lo stato di salute. Gli studi sulla voce sono negli States molto all’avanguardia, nelle ricerche di correlazioni esistenti tra la mancanza/presenza di equilibrio della persona e le caratteristiche  della sua voce, non solo in Psicologia, ma anche in altri settori. Ad esempio la CIA e l’FBI utilizzano “L’analizzatore dello stress della voce o VSA”, quale strumento  per la ricerca delle loro indagini. Una voce monotona  vuol dire presenza di un freno e monotonia vuol dire soprattutto monotonia di affetti e sentimenti. Se la persona vuole recuperare in parte il proprio stato di salute si deve abituare ad utillizare la voce in qualsiluogo per migliorare  le proprie sfumature affettive, poichè la voce è strettamente legata ai sentimenti e la sua liberazione comporta la mobilitazione di sentimenti repressi a favore della conoscenza degli stessi.

(*Articolo scientifico)

Diario Personale. I miei appunti

sabato 28 maggio 2011

Penso che a volte bisogna cercare dentro il proprio cuore quello che non si riesce a vedere con i propri occhi.

Talvolta, devi lasciar andare la vita che hai progettato, per lasciar spazio alla vita che ti sta aspettando.

Certi ricordi sono più forti delle  pietre.

Invece di sognare la prossima vacanza, forse dovremmo scegliere una vita dalla quale non sentiamo l’esigenza di scappare.

Quando il passato tornerà da te, tu solo puoi decidere se aprire o no.

Facebook. Valorizzazione del socialnetwork in ottica psicologica

giovedì 28 aprile 2011

Per chi conosce Facebook e ha avuto modo di utilizzarlo, il primo fattore che lo contraddistingue, guardando dall’ottica psicologica il socialnetwork è il suo grado di partecipazione, inteso come livello di struttura. Si tratta infatti di un’impostazione basata su una dinamica di carattere collettivo, e fa supporre che il suo creatore Mark Zuckerberg l’abbia costruito proprio grazie a una dinamica sua propria di tipo collettivo che gli appartiene. E’ lo stesso tipo di dinamica che si ritrova, per facilitare la comprensione, anche in altri casi che si possono paragonare a Facebook, come nei passatempi può essere il puzzle oppure nello sport può essere il nuoto sincronizzato. La ragione di questo articolo è che c’è un aspetto particolare di Facebook che in ottica psicologica non può non essere “valutato”, per gli sviluppi positivi che ha questo socialnetwork e della sua impostazione, verso  alcune persone aventi un certo tipo di conflitto. Questa “componente particolare” è subito evidente ( ricordando che si parla di dinamica partecipativa ). E’ fatta dalla domanda “A cosa stai pensando?” e dal tasto “Condividi”. Proprio questa impostazione e l’aspetto di condivisione alleggerisce la tensione di quelle persone che hanno un comportamento di “evitamento”, comportamento che riguarda una minima parte delle persone, perchè sono poche le persone che hanno questa fragilità. Le altre persone, cioè la maggior parte, hanno radici più forti, se è concesso il termine, per cui non è pensabile che Facebook possa creare alcunchè di effetti collaterali, in queste. L’aspetto partecipativo e collettivo che c’è grazie al “cosa stai pensando?” e al tasto “Condividi” è molto contenitivo. Cosa si intende per comportamento evitante? Si tratta di un comportamento che tende a evitare il contatto intimo, quindi anzichè volgersi verso un’altra persona,  è più probabile che ci sia un ritiro nell’autodifesa. Di sicuro proprio perchè impostato in dinamica collettiva e partecipativa, Facebook smorza almeno in parte questa tendenza a chi l’ha più marcata, cioè a chi ha come base della propria nevrosi questo conflitto. Altri due elementi  sono l’ipersensibilità e il fatto che queste persone possono pensare di sè “C’è qualcosa che non va in me”, per cui alla minima pressione esterna oppongono una forte resistenza preferendo stare isolate. Due esempi di film facilitano la comprensione di questo tipo di persona: l’interpretazione di ‘Conrad’ di Thimothy Hutton nel film Gente comune e quella di ‘Macon’ di William Hurt nel film Turista per caso. Quindi, questo socialnetwork per come è costituito, ha una funzionalità positiva dal punto di vista psicologico per stemperare e alleviare la tensione relativa al conflitto che hanno queste persone. Ogni considerazione psicologica per il resto delle persone che non hanno questo tipo di conflitto non ha nessuna ragione di esistere se si parla di Facebook.

Con espressa collaborazione di Paolo Rovera