Astrid Hodl

Ma cosa lega davvero una mamma al proprio bambino?

martedì 5 ottobre 2010


Quante volte ci si chiede da che cosa nasca veramente quel legame così forte ed unico che unisce una madre al proprio figlio e viceversa. Tolti casi particolari, il rapporto mamma-bambino è unico.

Quando si decide di diventare genitori, iniziano a presentarsi mille aspettative riguardo la crescita del proprio figlio: obiettivi comuni ad entrambi i partners sono solitamente quelli di crescere dei figli sani, felici e fiduciosi in se stessi. La caratteristica principale dell’essere genitori è quindi quella di fornire una BASE SICURA da cui un bambino possa partire per affacciarsi al mondo esterno e a cui possa tornare quando vuole, sapendo che sarà il benvenuto.

Ma perché un bambino è così legato profondamente alla propria madre? Ma soprattutto, perché a volte, invece, non lo è?

Le prime teorie a riguardo sostenevano che alla base di questo legame ci fosse il gesto nutritivo, cioè, la mamma, fornendo cibo al bambino, lo rendeva dipendente da lei. Ma questa teoria è stata presto smentita: se infatti fosse stata vera, un bambino non più neonato, ma già di due – tre anni, si sarebbe legato in maniera forte anche a qualsiasi altro estraneo che gli avrebbe dato del cibo.

Una spiegazione adeguata e definitiva venne data da Lorenz, il quale ideò la “TEORIA DELL’ATTACCAMENTO”. Con tale teoria, egli dimostrò che il legame di attaccamento tra una madre ed il proprio figlio non dipende dai fattori nutritivi, ma deriva invece da una funzione biologica protettiva: rimanere nelle vicinanze e avere facile accesso ad un individuo familiare che sia pronto e disponibile a venire in aiuto in caso di necessità; in questo modo il bambino risulta fin da subito predisposto a sviluppare un sistema di schemi comportamentali che daranno come risultato il “comportamento di attaccamento” , cioè il fatto che egli cercherà di mantenere una vicinanza più o meno stretta con chi principalmente si occupi di lui (solitamente la madre) e una conseguente aspettativa di risposta di aiuto nel caso di necessità. Il comportamento di attaccamento richiede che il bambino abbia sviluppato la capacità cognitiva di ricordare la madre quando lei non è presente: questa capacità si sviluppa nel secondo semestre di vita. E’ questo il motivo per cui, dai nove mesi in poi, la maggior parte dei bambini risponde con proteste e pianti quando viene lasciata con una persona estranea.

Seguendo la “teoria dell’attaccamento” di Lorenz, la Ainsworth ha definito tre modelli principali di attaccamento:

1)  ATTACCAMENTO SICURO: nel caso di situazioni avverse, il bambino ha piena fiducia nell’aiuto del genitore. Questo schema viene determinato da un genitore disponibile, premuroso e attento ai bisogni del figlio.

2)  ATTACCAMENTO INSICURO-EVITANTTE: nel caso di bisogno di cure, il bambino non possiede la fiducia che il genitore gli si risponderà prontamente, ma, al contrario, ha la convinzione di essere rifiutato.

3)  ATTACCAMENTO INSICURO ANSIOSO-AMBIVALENTE: nel caso di bisogno di cure, il bambino non ha mai la certezza di essere rifiutato, così come non ha la certezza di venire accudito. Questo schema viene determinato da un genitore che alcune volte è pronto nel soccorrere il bambino, altre volte, invece, non mostra attenzione al bisogno di cure.

Quando uno di questi schemi viene sviluppato da un bambino, tende poi a persistere nel tempo. Questo perché il modo in cui un genitore tratta il proprio figlio rimane tendenzialmente immutato nel tempo. Nei casi in cui, invece, il comportamento dei genitori nei confronti del figlio cambiasse, cambierebbe anche il relativo schema di attaccamento. Questa è la “teoria degli schemi di attaccamento” .

Studi successivi hanno poi messo in evidenza che vi è una stretta correlazione tra come una madre descrive la propria relazione con i suoi genitori durante l’infanzia e lo schema di attaccamento che il bambino ha adesso con lei: mentre la madre di un bambino sicuro è capace di parlare con libertà e con emotività della propria infanzia, la madre di un bambino insicuro non è in grado. Inoltre, la madre di un bambino sicuro riferirà molto probabilmente di aver avuto un’infanzia felice, invece la madre di un bambino insicuro risponderà di aver avuto una relazione difficile coi propri genitori.

La teoria dell’attaccamento, oltre a spiegare quanto fondamentale sia il legame madre-bambino per il futuro del bambino stesso, spiega anche quanto il legame avuto da bambini con i nostri genitori influenzi quello che avremo noi con i nostri figli.

Avere-Essere

mercoledì 4 agosto 2010

In un suo libro dal titolo “Avere o essere”, Erich Fromm dice che l’essere è limitato dall’avere e solo nella misura in cui si diminuisce l’abitudine ad avere, possa affiorare la via dell’essere. Secondo Fromm i due termini, essere e avere, rappresentano due atteggiamenti di vita molto diversi. La modalità ‘avere’ è basata su una relazione possessiva. Il sè è visto come l’io che ha una moglie, un’automobile, un lavoro: questo atteggiamento si sviluppa e dipende dalla proprietà privata, dal potere e dal profitto e si concentra sull’individuo più che sulla comunità. La modalità ‘essere’ invece è basta sull’amore, sul dare e sul dividere le relazioni, in questo modo l’individuo trova la sua identità attraverso la responsabilità che ha nella sua comunictà. La possessività non solo riduce l’essere, ma limita la libertà. Le cose che possediamo ci possiedono. Non siamo liberi di andarcene perchè perchè per molti di noi rappresentano l’identità la sicurezza e anche la libertà. Non esiteremo a considerare matta una persona che butta via un patrimonio solo per essere libera. Un’altra antitesi del dilemma umano è quella tra essere e fare. Fare rappresenta un tentatito di cambiare una situazione, il che va bene quando si tratta di una situazione esterna. Tuttavia quando la situazione è interna cercare di cambiarla ha come risultato una riduzione dell’essere.  Un’altra distinzione riguarda il centro dell’attività. Quando è centrata su ciò che accade nel mondo esterno, può essere considerata ‘fare’. Quando l’attività è rivolta a ciò che succede all’interno si è nella modalità ‘essere’. Questa distinzione è calzante per quanto riguarda il sesso. Alcune persone fanno sesso. Alcune persone fanno sesso, cioè sono esecutori e il loro interesse sta nell’effetto ha sull’altra persona, per altri, l’attività sessuale comincia con una forte sensazione di desiderio e si conclude con una forte sensazione di piacere e di soddisfazione. Quando le sensazioni dominano la propria attività sessaule si tratta di essere. L’essere si identifica alle sensazioni. Non si può fare o produrre una sensazione come non si può fare l’essere. Per essere autentica, una sensazione deve nascere spontaneamente, altrimenti si può essere accusati di finzione. E’ importante rendersi conto che il fare non implica nè determina sensazioni, anzi può veramente inibirle o bloccarle. Per esempio, quando cammino dall’ufficio alla stazione ferroviaria con l’idea di raggiungerla il più rapidamente possibile, non provo altre sensazioni oltre a un senso di fretta di prendere il treno. Nell’interesse dell’efficienza trasformo me stesso in una macchina fin quando l’obiettivo è raggiunto. D’altra parte è possibile fare o produrre qualcosa con sentimento. Affinchè ci siano sensazioni, il processo o l’azione devono essere almeno importanti quanto lo scopo. Se prestiamo al processo almeno tanta attenzione quanta ne prestiamo all’obiettivo, fare diventa un’azione creativa e che ci esprime e aumenta il senso dell’essere. Per quanto riguarda l’essere, ciò che conta non è quello che si fa, ma come si fa. Per il fare, è vero il contrario. Purtroppo troppe delle nostre attività appartengono al fare. Questo è particolarmente vero nel processo dell’istruzione. L’importanza data all’acquisizione di nozioni e il disinteresse per le sensazioni fa sì che i bambini si oppongano alla scuola perchè sentono che il loro essere è già negato da questo sistema. Il fare può essere sovrapposto all’essere, ma non può sostituirlo. Si può fare e produrre con un’attività che esprima sè stessi. Se abbiamo paura di essere, di vivere, possiamo mascherare questa paura intensificando il nostro fare. Più siamo occupati, meno tempo abbiamo disponibile per sentire.

La complessità nella Moral Insanity – Uno stereotipo -

domenica 6 giugno 2010

In relazione alla mancanza di sentimenti, di senso  del sè, di contatto con la realtà e di narcisismo, l’individuo con carattere fallico narcisista è relativamente sano. Presenta sicurezza di sè e a volte è elastico, vigoroso e imponente, anche. Il comportamento normalmente ostenta un’aria di superiorità, che può essere fredda e riservata oppure beffarda-aggressiva o pungente. Simili individui nella vita hanno l’abitudine di prevenire un attacco con un attacco da parte loro. Se vengono colpiti nella loro vanità, reagiscono con una fredda riservatezza, profondo risentimento e con vitale aggressione. Hanno anche una certa tendenza a ostruire il prossimo e a non demordere. Può essere ostinato e l’ostinazione ( 1 ) deriva dall’orgoglio: se si lascia andare ha paura di apparire stupido ( 2 ) e così si controlla. Ma ha anche paura che la sottomissione comporti la perdita della libertà. Nel rapporto con la persona amata è presente più un rapporto narcisistico che di relazione d’oggetto ( 3 ). Uno dei personaggi storici con queste qualità era Napoleone Bonaparte per le sue psicodimaniche. Ecco alcune sue frasi (1) “L’uomo non ha amici ne ha soltanto la sua buona fortuna”, (2) “Impossibilità è una parola che si trova soltanto nel vocabolario degli stupidi”, (3) “La sola vittoria possibile sull’amore è la fuga”.

Quel che resta della stanchezza

mercoledì 10 marzo 2010

Uno dei sintomi più comuni delle persone è la stanchezza. La persona non accetta quasi mai che la stanchezza sia una normale condizione del corpo: la considera sempre un segno di debolezza, come se rivelasse un insuccesso della volontà. Di solito la sua convinzione è che si dovrebbe essere attivi, produttivi ed efficaci: è un’immagine che costituisce un ideale dell’io che la persona ha interiorizzato a partire dagli insegnamenti ricevuti a casa e a scuola; dato che essa consciamente si identifica con l’io, utilizza la volontà nel tentativo di realizzare questo ideale. Per definizione, gli ideali non sono mai realizzati: ciò implica che una forza costante spinge la persona a fare, a produrre, a realizzare. Questa pulsione è una coazione e costituisce un comportamento nevrotico. Non c’è quindi da meravigliarsi che la persona sia stanca. Per molti la stanchezza è un segnale di qualcosa che non va, perchè molti considerano la salute mentale come una capacità di andare, fare e produrre. Non ha importanza cosa facciano o dove vadano. E ‘ la generazione dell’azione e l’unica conseguenza di ciò è l’esaurimento nervoso: la persona è stanca degli sforzi fatti per raggiungere un’obbiettivo irraggiungibile ed è depressa per il suo insuccesso. Stanchezza e depressione possono avere un valore positivo per chi ne riconosce il rapporto con il proprio stile di vita: la stanchezza può portare a rendersi conto che invece si stanno facendo progressi e che ciò è significativo perchè non si è della macchine.  Per fare un paragone chi cerca di continuare a fare, a produrre e come chi si aggrappa a una roccia e non osa lasciarsi andare perchè non sa dov’è la terra; sia la persona aggrappata alla roccia sia il nevrotico hanno tutte le ragioni di sentirsi esausto. Nella ricerca del fare e dell’agire, c’è di solito una forte motivazione: il bisogno di approvazione. Una persona sana non cercherà di mettersi alla prova: accetta il suo essere com’è, accetta il suo destino e il ritorno allo stato di riposo è la parte più importante, perchè qui risiede il vero piacere e la soddisfazione.

Donna

sabato 20 febbraio 2010

Il femminile ( inteso in età adulta ) ha almeno tre funzioni che contraddistinguono il rapporto sia con sè stessa, sia con il maschile: figlia, sorella, e donna.  Queste corrispondono al livello di sviluppo e maturità raggiunte. Un blocco a livello di ‘figlia’ ( a termini di atteggiamento ) è dovuto solitamente all’incapacità di risolvere la situazione di non essere stata abbastanza amata e accettata dai genitori. Questa determinante privazione d’affetto, ha distorto i suoi rapporti con gli altri e non sentendosi amata a questo livello la persona restà fondamentalmente  incapace di stare da sola. Questo crea un necessità esagerata o dipendenza dalla figura maschile, non solo, ma crede anche ad un certo livello di coscienza ed erroneamente di essere indispensabile e desiderabile per tutti loro, illudendosi di questo fatto. Anche dal punto di vista della sessualità c’è una tendenza all’agire senza provare nessun sentimento per la persona con cui si vive l’intimità, infatti si può parlare in termini di vissuti in principal modo a carattere di oggetto sessuale. Quando lo sviluppo arriva a livello definibile di ’sorella’ ( come atteggiamento ), il rapporto con un uomo si basa sulla condivisione di interessi comuni e su un senso di uguaglianza, però la relazione è basata prevalentemente su un aspetto asessuale e caratterizzata da un patto di reciproca alleanza. Lei si considera di lui prevalentemente la compagna e la collaboratrice. I problemi che possono sorgere in relazione sono che tutto è condiviso e nessun sentimento è personale, con l’effetto che ogni stato d’animo si riflette sul partner. L’amore genitale, cioè l’amore e il rapporto stretto di intimità, è secondario rispetto all’affermazione della comunanza di interessi. La ‘donna’ è diversa, nel senso che si mantiene distaccata e pronta ad escludere l’idea di essere considerabile come oggetto e non c’è repressione di desiderio. Può svolgere la funzione di ideale romantico e comunemente presenta anche a livello energetica una maggior femminiltà, vivacità di modi e occhi limpidi che denotano i segni distintivi della sua unicità.  E’ ancora possibile fare un confronto tra la donna oggi, e quella che descriveva Sigmund Freud, che oggi non c’è più, perchè la cultura attuale non è più quella dell’epoca vittoriana: mentre all’epoca prevaleva il romanticismo rispetto al rapporto stretto di intimità, oggi per lei il romanticismo è leggermente secondario. Una donna è in grado di armonizzare dentro di sè anche gli altri due aspetti visti in precedenza, cioè a seconda delle situazioni può essere anche oggetto sessuale però nel senso positivo del termine, ovviamente mantenendo buona parte della sua integrità, così come compagna quando parla dei suoi affari, e altresì romantica di fronte al caminetto e anche amica di sè stessa.

(*Articolo scientifico )